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pubblicato su RIFARE CASA, marzo 2023
testi di Mauro Balbi, foto di Nicola Colia

 

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Casa Teatro Fassa

Le ridotte dimensioni dell’abitazione, soli 75 mq, e la collocazione in un edificio a doppia corte sono state lo stimolo per una riflessione sulle modalità di articolazione dello spazio e delle relazioni interpersonali. Casa Omar è l’occasione per confrontarsi nuovamente con un contesto postindustriale e per riflettere sulle specificità e le qualità degli spazi architettonici, sviluppando una narrazione che rappresenta un’architettura dentro l’altra, multipla. Una articolazione di spazi e ambienti interni che si dispongono come un paesaggio esterno: uno scorrere di luoghi e momenti della vita quotidiana.

 

La soluzione individuata ha permesso di rispondere alla richiesta della committenza di avere, pur in uno spazio ridotto, un’ampia zona giorno e un’area notte in cui gli ambienti e gli arredi possano essere modulati secondo l’inventiva di chi le abita permettendo di trasformare la casa: palcoscenico e dimora intima. Si scardinano in tal modo le gerarchie tradizionali tra gli spazi e chi li abita, mettendo in primo piano le relazioni delle persone che condividono i momenti di quotidianità ed eccezionalità. A costituire l’intero mondo delle storie umane che si svolgono nella casa sono i frazionamenti virtuali e i coni visivi in continua mutazione che generano così insolite relazioni spaziali.

Casa Omar è stato un progetto in divenire, un gioco di stacchi, con un filo di collegamento tra ogni elemento. Elementi strutturali come pareti, nicchie e pilastri, sono stati intimamente integrati come elementi di arredo, risaltate, vedendole come occasioni per marcare la diversa destinazione d’uso degli ambienti.

Entrando in casa Omar infatti, ci si trova in un unico grande ambiente assoggettato a tutte le funzioni degli ambienti di una casa: Ingresso, salotto, cucina, studio. Ognuno con le sue

gestualità, la propria necessità di avere spazio di manovra, la propria luce, la possibilità di avere ogni cosa al suo posto e il posto per ogni cosa.

 

Come nella vita di città  anche nel progetto i limiti fisici e le distanze culturali tra le persone e le attività ad esse correlate -dal riposo, ai momenti di svago, al consumo di cibo diventano più sfumati. Lo spirito di condivisione all’interno dello spazio domestico è così facilitato.

I linguaggi formali utilizzati per l’allestimento degli spazi non rendono immediatamente riconoscibili le funzioni degli elementi in cui è articolato l’appartamento.

La scatola volumetrica viene così organizzata attraverso una sequenza di “perimetri vitali” estroflessi verso le aree confinanti, all’interno dei quali si accoglie gli ospiti, si cucina, si mangia, si dorme, si fa lezione di musica, ci si lava, si fa l’amore, si suona.

Una sorta di modulo abitativo minimo dove, a seconda delle attività e delle diverse forme assunte, i materiali impiegati e le loro qualità sensoriali cambiano. Così i trattamenti del legno si modificano dalla camera al bagno fino alla cucina; i marmi entrano in scena sospesi o vengono tenuti un poco celati come astratti personaggi di una commedia umana e le bronzate superfici, come sagome di ombre cinesi, tengono uniti i pezzi del racconto dialogando, attraverso le loro rigide geometrie del vago sapore grafico, con il decoro della tappezzeria sulle pareti circostanti.

Il piano generale delle luci è stato progettato con Spazio Light mentre tutto l’arredo è frutto del raffinatissimo lavoro di Ad Hoc Arredi e Zacchetti.

Così entrando, si ha un ingresso accogliente marcato sul soffitto da una linea di luce netta e a pavimento da una soglia a filo in ottone acidato. Ancora una volta la divisione tra cucina e salotto è interpretata da una soglia a pavimento in ottone che continuando in verticale su una spalla di muro si trasforma in linea di luce a soffitto. Lo stacco tra parquet e piastrelle marcato dall’ottone ricorda le cementine e i dettagli in ottone d’un tempo.

Dal salotto si accede allo studio dell’artista, il proprietario infatti è un chitarrista, e lo studio dove suonare e ricevere persone è elemento chiave della casa, diviso dalla zona giorno con una tenda di vetro fumè e una più morbida tenda in tessuto oscurante, così da dare la possibilità di separare, insonorizzare e avere un sipario per concerti privati.

All’interno dello studio una libreria con vani aperti e chiusi, con ante rivestite in specchio e

bordate di alluminio anodizzato nero. Divanetto, scrivania e sedute rendono l’ambiente consono alla sua destinazione d’uso.

Per tutta la zona giorno corre una boiserie in gesso, composta da specchiature geometriche, modanature e una cornice ad un’altezza di novanta centimetri. Il verde pastello, presente una volta sulla boiserie, un'altra sulla carta da parati, un'altra ancora sugli arredi e sulle opere d'arte, lega ogni ambiente della casa.

L’accesso alla zona notte è dato da un disimpegno, dove una nicchia ha creato la possibilità di inserire un armadiatura contenitiva, in parte per tutto il materiale per le pulizie e ed in parte scarpiera. Le ante finite a smalto opaco, e lo zoccolino della casa che continua sul fronte dell’armadio non fanno percepire l’ingombro dell’arredo, conducendo alla porta del bagno e alla camera padronale.

Gli ambienti più privati sono illuminati ancora una volta da diversi punti luce dimmerabili e non, in modo da creare atmosfere per momenti diversi. In camera oltre al sontuoso letto con testata imbottita e retro illuminata di Diotti, si trova un armadio tutta larghezza con ante laccate e illuminazione superiore che bagna il soffitto. Il contenimento permette di avere in un unico posto, tutto il necessario per la stagione corrente ed il cambio stagione, la divisione interna dell’arredo prende in analisi le abitudini del proprietario, i tipi di vestiario e i modi di riporre lo stesso, seguendo le sue abitudini di sempre.

Da un programma strettamente funzionalistico deriva alla fine una declinazione tutta emotiva dell’abitare. Un trasformismo performativo viene richiesto ai materiali inseriti nello spazio, in modo che le tende serigrafate si trasformino in laminati che rivestono un mobile, che diviene una architettura autonoma, una attrezzatura a morfologia mutevole dove le funzioni vengono di volta in volta espresse in maniera inusuale. Lo spazio appare ancora, ma forse poco, dominato dalla ragione.

La ricerca di soluzioni innovative e di dettaglio hanno sicuramente richiesto coordinamento tra i diversi attori del cantiere: progettisti, maestranze, arredatori e fornitori, trovando soluzioni che hanno permesso una commistione di pensiero e saper fare.

All’idea generale del progetto conseguono poi i materiali impiegati: dal rovere naturale a spina italiana dei grandi maestri bergamaschi Parquet Clio Project, legno fortemente utilizzato nella liberty milanese, agli arredi mobili vintage in midollino e vetro specchiato bronzato, fino agli elementi più decorativi come le tappezzerie con i decori astratti geometrici del Designer Gian Battista Andrea Marongiu che ha reinterpretato alcune sue già note carte per noi.

La filosofia di Gian Battista è quella di trovare un incontro tra la semplicità delle forme e l’eleganza dei colori.

Racconta “questi due aspetti alimentano la mia creativa nella produzioni di carte da parati, decorazioni dipinte a mano su parete e quadri fine art. Dentro di me convivono due anime: quella del designer che trasforma le visioni in piani di lavoro, e quella dell’artista che interpreta gusti e sensazioni.”

In questa casa ho inserito la carta “Alveare” che fa parte di una serie di 4 grafiche ispirate alle forme geometriche, in modo particolare quelle dell’esagono e del cerchio, forme che vengono scomposte e rimodellate per creare delle ambientazioni surreali e futuristiche”. La palette scelta da Gian Battista, la stessa che torna in tutta la casa, è un equilibrio tra colori caldi-freddi e toni pastello-intensi, fondamentali il bianco e nero che conferiscono eleganza e le piccole note di senape che richiamano lo stile vintage.

Numerosi i pezzi di arredo che impreziosiscono gli interni: dal tappeto Overshadow di Habiform al tavolo Tulip in pressofuso laccato opaco nero, dai corpi illuminanti in ottone della Flos alle varie opere d'artista.

 

Ph. Nicola Colia.

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