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GLI ERRORI COME METODO: APPUNTI SULLA CRESCITA DI UNO STUDIO DI PROGETTISTI

  • 3 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Spesso, scorrendo i progetti pubblicati sul nostro sito, non vediamo una sequenza lineare di risultati impeccabili. Vediamo piuttosto una costellazione di piccoli passi, di avanzamenti successivi, di soluzioni affinate nel tempo. Ogni lavoro porta con sé una parte del nostro percorso: dubbi, aggiustamenti, ripensamenti. Non come segni di incertezza, ma come tracce di un processo di crescita.


nella foto.

I volumi colorati, nel corso del cantiere, sono stati più volte modificati in altezze, larghezze e spessori. Il progetto ha “respirato” continuamente — come un polmone che si comprime e si espande — adattandosi alle esigenze impiantistiche, alle scoperte murarie e alle evidenze estetiche.



Ci sono dei progetti, in particolare, che hanno rappresentato una svolta tecnica nel nostro modo di lavorare. Non perché fossero i più complessi o i più visibili, ma perché ci ha costretti a mettere in discussione il rapporto tra progetto e realtà costruita. I progetti erano rigorosi, controllati, definito in ogni sua parte. Ogni nodo era risolto, ogni passaggio verificato. Eppure, nel momento in cui i progetti ha iniziato a confrontarsi con la loro dimensione reale, abbiamo percepito una distanza sottile, tutta interna al nostro lavoro.


nella foto.

In questo progetto e nello specifico in questo punto dell'appartamento, si sono sovrapposte mille lavorazioni, nel momento dei vari montaggi c'era un disallinamento di qualche millimetro delle fasce in ottone a pavimento, a parete e luce led a soffitto.

L'intuizione dell'inserimento di un decoro a terra che "confondesse" l'occhio ha permesso di risolvere il problema e aggiungere un dettaglio decorativo.













Dal punto di vista tecnico, l’errore è stato quello di attribuire al progetto un grado di chiusura e di autosufficienza eccessivo. Non mancava nulla, ma mancava spazio. Spazio per assorbire le inevitabili variabili del costruire: tolleranze, sequenze operative, sovrapposizioni tra sistemi. Il progetto funzionava perfettamente finché restava coerente con se stesso; diventava più fragile nel momento in cui doveva accogliere ciò che non era stato previsto esplicitamente.


nelle foto.

Durante il cantiere abbiamo scoperto una vecchia porta che abbiamo voluto recuperare come spazio. Ciò ha comportato però una nuova definizione e risoluzione di quello che sarebbe potuto apparire come mero spazietto di risulta. E' infine diventato uno dei punti focali della casa.








Quella rigidità, inizialmente, era una forma di controllo. Col tempo abbiamo capito che poteva diventare altro. Smussare la rigidità non ha significato indebolire il progetto, ma renderlo capace di reagire. Abbiamo iniziato a leggere gli imprevisti non come deviazioni da correggere, ma come spunti progettuali: occasioni per affinare un dettaglio, aggiungere un livello di complessità, migliorare la relazione tra le parti.


nelle foto.

Non avevamo previsto un controsoffitto nel bagno di questo ristorante. Nel corso dei lavori si è reso necessario renderlo ispezionabile e aggiungere impiantistica. La soluzione è stato un sistema grigliato in sintonia con lo stile del locale.






In quel passaggio è cambiato il nostro modo di progettare. Il progetto non era più un sistema chiuso da difendere, ma una struttura intenzionale capace di evolversi. Alcuni elementi sono nati proprio così: da una condizione non prevista che ha suggerito una soluzione migliore di quella iniziale. Un nodo costruttivo più chiaro, una stratigrafia più efficace, una scelta distributiva più coerente con l’uso reale dello spazio.

Questa consapevolezza ha inciso anche sul nostro lavoro quotidiano. Abbiamo iniziato a progettare pensando non solo all’esito finale, ma al comportamento del progetto nel tempo, alla sua capacità di adattarsi senza perdere coerenza. La precisione non è venuta meno, ma ha cambiato ruolo: da fine a strumento. Il rigore è rimasto, ma al servizio di un processo più elastico, più attento alle trasformazioni.



Guardando oggi i lavori realizzati dopo quella esperienza, riconosciamo una continuità fatta di aggiustamenti successivi. Non salti improvvisi, ma un accumulo di scelte più consapevoli. Ogni progetto porta con sé ciò che abbiamo imparato da quello precedente, e ogni difficoltà affrontata ha contribuito a rendere il metodo più solido.

Gli errori, in questo senso, non sono stati momenti di arresto, ma punti di articolazione del percorso. Ci hanno permesso di spostare il baricentro del progetto: dal controllo assoluto alla capacità di interpretazione. È in questo equilibrio, ancora in evoluzione, che riconosciamo oggi la nostra crescita come progettisti.

 
 
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